Il Segreto

di Fabrizio Fangareggi


Una lieve brezza gli sfiorò il viso, mulinando l’aria tiepida di un radioso mattino a contatto con il lezzo della morte.
L’uomo rimase immobile, fermo sulle gambe; gonfiò il petto sotto l’armatura in una nota di amaro orgoglio a fissare il grande portone dinanzi a lui.
Le pareti di spessa roccia ammuffita, che si contorcevano nel tetro corridoio disarticolato, stillavano rivoli d’acqua putrida e sfociavano come placidi ruscelli nel lago di sangue che si era formato sotto i suoi stivali.
Accedere all’ultima stanza di quel dedalo di oscuri cunicoli era un impulso incontrollabile, irrefrenabile come la furia che lo aveva portato sin lì. Un istinto atavico e alieno lo chiamava a percorrere quell’ultimo sforzo, una voce calda e suadente lo invitava a oltrepassare quella soglia: il suono soave e rassicurante della consapevolezza di essere finalmente giunto alla meta.
Le due ante di legno, scheggiate e degradate dal tempo, sembravano reggersi a fatica, l’una appoggiata all’altra, quasi desiderose di ricevere quella spinta liberatoria che avrebbe decretato l’epilogo della cerca.
Cacciatrice, la Lama Lucente, scendeva lungo il suo fianco, vibrante ancora dall’ultimo colpo inferto e grondante sangue.
Alle sue spalle i corpi maciullati di alcuni Fendoll.
Si era fatto largo attraverso gli oscuri meandri di quel tempio sacrilego, menando fendenti e amputando arti, provando quasi pietà per quelle creature abbiette e ignare del loro destino. I Fendoll erano poco meno che umanoidi e poco più che animali. I loro corpi sgraziati e pelosi giacevano contorti in smorfie incredule.
Prima ancora, salendo gli ampi gradini del tetrastilo aveva dovuto affrontare due Mastini d’Ombra: fedeli creature asservite al male. Per loro nessun rimorso compassionevole; Cacciatrice aveva tagliato i loro filamenti di tenebra con l’impeto della giustizia e il suo braccio l’aveva guidata come sempre, mosso solo dalla sacra fede. La lunga scia di cadaveri che serpeggiava dietro di lui, sembrava il prolungamento fisico della sua ombra tremula al baluginare scostante delle torce, come a simboleggiarne una coda demoniaca.
Tutt’altra era la verità.
Aratas di Tken, Paladino della Luce, Devoto della Dea Herina, era giunto sin qui per terminare la sua vendetta, alla ricerca del Demone dalle Quattro Braccia.
Erano vent’anni che inseguiva quell’essere immondo che gli aveva deturpato la vita, portandogli via l’unica cosa, oltre alla fede, che aveva riempito il suo cuore: Laana.
Il ricordo gli apparve subito vivido, reale, quasi si trovasse ancora una volta davanti al corpo martoriato della sua amata in quella triste notte autunnale.
Lei, così giovane, così dolce, dai capelli rosso accesi e dal viso delicato, paffuto e punteggiato da decine di maliziose lentiggini.
Aratas inspirò profondamente, riusciva ancora a sentire quel suo profumo tenue e riservato che lo aveva inebriato d’amore.
Allungò una mano, avvolta nel guanto d’arme, come per poterla accarezzare un’ultima volta, quasi il viso di lei, piangente, anelasse un’ultima tiepida carezza.
La rivide distesa davanti al tempio di Detrenor in fiamme, supina con le gambe divaricate e l’inguine squarciato. Quel sangue che le usciva a fiotti dal sesso, nero e tumultuoso in un gorgoglio di reflusso… gli strappò ancora una volta un sussulto.
Il ricordo fu talmente vivo che Aratas dovette appoggiarsi con entrambe le mani su Lama Lucente, spingendola a terra come a volerne trivellare il suolo, per non cadere divorato dal dolore e dal rimorso.
Quando quella notte era giunto in suo aiuto, Laana stava morendo e nulla si poteva fare per salvarla. Il buon chierico Dosen, unico sopravissuto al massacro nel tempio, aveva provato in tutti i modi a rimarginare quelle ferite oltraggiose. Non vi era stato nulla da fare, se non assisterla con amore nei suoi ultimi gemiti. Poi, Dosen aveva formulato un altro incantesimo e aveva svelato il miracolo della vita. “Vi è un’altra aura oltre alla sua” aveva detto Dosen, “Laana aspetta un bambino.”
Si rivide in ginocchio, ansante e impaurito, pregare la Dea Herina di poter in qualche modo salvare almeno il frutto del loro amore. Il concepimento era avvenuto da poco tempo, forse l’ultima sera in cui aveva fatto all’amore, alcune settimane prima della sua partenza per la Contea di Hull; nemmeno si notava il ventre ingrossato, probabilmente la stessa Laana non era consapevole di quella attesa.
Aratas aveva preso allora la decisione più difficile della sua vita.
Aveva convocato Palomir, un mago che risiedeva fuori del Consolato e gli aveva chiesto un rito a dire poco insolito. Palomir aveva acconsentito, non prima di aver spuntato un buon prezzo. In quell’occasione, per la prima volta, la rettitudine del Paladino della Luce aveva vacillato, e il prezzo pagato per quell’inganno era stato ben più alto del suo controvalore in oro.
Così, Laana visse per nove mesi ancora, grazie a una bolla di stasi temporale che aveva permesso alla giovane di portare a termine la gravidanza, dando infine alla luce un bel maschietto.
Raeysus colmò almeno in parte la perdita della dolce Laana in quei lunghi venti anni.
- Padre? – chiamò una voce giovane e profonda alle sue spalle, ridestandolo da quel martirio mentale.
Il Paladino della Luce rispose con un roco mugugno.
Raeysus apparve alle sue spalle. Aveva ereditato i capelli color del tramonto della madre e il viso arcigno e spigoloso del padre. I suoi occhi verdi, cangianti, assumevano tonalità violacee, donandogli un aspetto mutevole, a volte inquietante.
Anche lui indossava un’armatura completa di piastre, adornata da un mantello indaco, e anche lui era ricoperto dagli schizzi di sangue dei Fendoll.
Era con orgoglio che Aratas lo aveva guidato al paladinato.
- Ci siamo, figliolo – disse il padre con tono perentorio – dietro questa porta si trova il Demone che ha ucciso tua madre. Infine la mia cerca ventennale mi ha condotto nel luogo giusto. –
- Come fate a esserne certo? – chiese Raeysus trasudando una fragrante innocenza che mal si sposava con il suo ruvido aspetto.
- Cacciatrice. La Lama Lucente è stata forgiata per distruggere le creature abissali. La sento pulsare affamata. –
- Intendevo dire, come fate ad essere sicuro che si tratta proprio del Demone della Foschia…il Demone dalle Quattro Braccia? –
- Ne sono certo – asserì Aratas fulminandolo con lo sguardo – lo percepisco. –
Entrambi osservarono le travi marcescenti che reggevano la volta d’ingresso e uno spiffero gelido e mefitico fischiò attraverso il portone, facendo loro gelare il sangue. Era vero, finalmente avrebbe potuto vendicarsi.
- Tu resta fuori – disse Aratas con voce stentorea – e non ammetto obiezioni. Entra solo se io grido il tuo nome. –
Il giovane strinse i pugni per controllare la collera, ma obbedì senza proferire parola.
Con un calcio poderoso Aratas squarciò l’intreccio legnoso e si precipitò all’interno con una furia inaudita.
Rimase leggermente tramortito da un’aura opprimente di malsana abiezione, una sensazione fisica che lo fece barcollare. Non venne però sorpreso dai due Fendoll che sbucarono da dietro i lati la porta abbattuta. Quello di destra provò a colpirlo con un’ascia arrugginita, mentre l’altro si protese in avanti con le sue lunghe braccia pelose per ghermirlo con gli affilati artigli.
Aratas si chinò all’ultimo, balzando in avanti e rotolando con l’agilità di un gatto, come se la pesante armatura non fosse stata altro che una leggiadra veste di seta.
L’ascia del primo assalitore si conficcò nel cranio deforme dell’altro Fendoll, facendone schizzare fuori alcuni impiastri giallastri di cervello.
Con un successivo movimento fluido, il paladino roteò sul lato.
Cacciatrice tranciò di netto la testa dell’altro servitore del male, lasciando il corpo inerme barcollare per alcuni istanti, prima di schiantarsi al suolo in un tonfo sordo.
La stanza era un atrio maleodorante, ricoperto interamente da un tendaggio ocra stropicciato. Vide subito l’apertura sulla destra e senza indugiare oltre la attraversò.
Il salone che si aprì davanti ai suoi occhi sembrava un luogo fuori dello spazio e dal tempo, completamente incongruente con il dedalo di cupi alloggiamenti che aveva lasciato alle sue spalle. I pavimenti di marmo bianco con venature blu cobalto erano ben levigati, e le pareti, anch’esse di pietra lucida, finemente lavorate e arricchite da preziosi arazzi che raffiguravano scene di battaglie cruenti e di corti fastose.
Due lunghi tavoli di cedro, con panche affusolate ai lati, erano imbandite di frutta e presentavano una vasta gamma di vini pregiati in bottiglie e fiaschi.
Sulla parete in fondo, seduto su uno scanno di legno massiccio, intarsiato ed addobbato di gemme rubino, vi era un uomo magro e ben vestito.
Il viso scarno e paziente, i capelli e la barba bruni e ben curati. Le sue vesti di satin azzurre erano di taglio accurato ed elegante con pregiati ricami sui bordi, degni delle famiglie nobili del Regno.
Aratas non riuscì a nascondere il velo di stupore che gli attraversò il volto teso.
Era schizzato oltre i tendaggi con un’unica intenzione: uccidere.
I demoni erano però esseri nefandi e dimorfi, ingannevoli per natura.
L’uomo sul piccolo trono si gustava un grappolo d’uva, non curante del Paladino che era appena piombato dentro al salone – Volete gradire? – chiese rivolto al suo ospite.
- Che inganno è questo? – ovviamente Aratas non pretendeva una risposta a quella sua domanda retorica, che era forse più uno sfogo che una vera richiesta di verità assoluta.
Strinse le mani sull’elsa di Cacciatrice, ruotando leggermente i polsi per rendere più salda la presa sull’impugnatura e iniziò a muoversi con circospezione in direzione del nobile.
- Non fate complimenti – ribadì lo strano personaggio con tono mellifluo – fate come foste a casa vostra. Probabilmente un po’ di ristoro non guasterà dopo tanto furore – gli porse un sottile piatto d’argento con alcuni chicchi d’uva nera.
L’esperto Paladino della Luce cercò allora di concentrarsi sulle sue percezioni, cercando di non farsi vincere dalle illusioni ottiche che spesso i Demoni usavano per confondere le loro vittime. Quello che aveva di fronte era il Demone della Foschia e chi meglio di lui poteva cercare di offuscare la sua mente con falsi indizi e visioni distorte.
- Non ti basterà – proferì Aratas avanzando di qualche passo verso il fondo della sala – non ti basterà nascondere la tua vera natura sotto mentite spoglie. Non ti basterà questo misero trucco per far cessare la mia caccia. Tu sai chi sono e sai che sono giunto sin qui solo per distruggerti. –
- Questo lo so – sussurrò il Demone perseverando nel suo aspetto umano – ma non m’impedisce di godermi dell’ottima uva, prima di ucciderti. –
- Questa è Cacciatrice – continuò il paladino movendosi ancora in avanti – la Lama Lucente, nata per distruggere le bestie immonde degli Abissi. –
- Non ti basterà. – rispose il Demone emulando il Paladino.
Aratas estrasse allora da sotto la gorgiera una catenina, dalla quale pendeva un piccolo amuleto raffigurante un sole rosso con cinque raggi gialli.
Era il simbolo sacro della Dea Herina.
Mentre con la destra alzava Cacciatrice, con l’altra mano strinse forte il simbolo di fede e potere – Sì, perché io conosco il tuo segreto. –
- Anch’io conosco il tuo segreto – lo rimproverò il Demone, i cui occhi presero ad irradiare nella stanza una flebile luce fosforescente – sei qui per vendicarti di Laana… ebbene sì, la uccisi io e ho provato un certo gusto nel farlo. Ma tu hai impedito la sua morte, ritardandola in una lenta agonia, al solo fine di permettere la nascita del figlio che aveva in grembo. La sua tormentata stasi è stata forse più compassionevole delle ferite che le avevo inferto? Hai ingannato la morte e la fede di cui ti fai scudo con tanta spavalderia. Non hai detto a nessuno ciò che hai fatto, vero? Quanto hai pagato il mago per quel sortilegio e quanto per il suo silenzio? –
L’incedere di Aratas non si arrestò davanti a quella terribile verità, che lui aveva cercato inutilmente di seppellire nei meandri della sua mente. Quel piccolo strappo alle regole non gli aveva impedito di servire ugualmente la sua Dea e di perpetuare la lotta contro il male e l’oscurità. Anzi, grazie a Raeysus, ora vi era un altro braccio illuminato, pronto a debellare la nequizia e l’ingiustizia che soffocava il mondo.
Quella stolida rivelazione pronunciata dal Demone non lo avrebbe di certo fermato dal compiere ciò per cui era venuto; gli parve quasi un patetico tentativo di depistare la sua collera e la sua sete di vendetta. Tutto inutile.
– Io conosco il tuo segreto – ribadì Aratas con maggior fermezza – conosco il tuo vero nome. Non si può uccidere un Demone se non se ne conosce il nome, ma io lo ho appreso… li ho appresi tutti. Pensavo che tu avessi carte migliori da giocare prima della tua fine. -
Un sorriso compiaciuto si dischiuse dalle labbra serrate del paladino e iniziò ad intonare un antico cantico rituale:
…conosco i tuoi sei nomi e mai ti risponderò
conosco il tuo segreto e mai lo svelerò - Belamuur
conosco l’are della vittoria, su cui ti immolerò - Galadgos
Il Demone si alzò di scatto dallo scanno, balzando in piedi davanti a lui. Le sue iridi divennero lava e dai pori slabbrati della pelle esplosero dita di fuoco nero, che come onde iniziarono a increspare la sua forma.
…conosco il mio potere e la mia fede
e con queste ti sconfiggerò – Hakl’azh
conosco la tua empia patria – Rew’skal
Il corpo umano del Demone iniziò a disformarsi: sei corni ricurvi apparvero dietro alla sua nuca e quattro braccia squamose crebbero dal suo ventre in tumulto.
Una stilla di bava colò dalle fauci aguzze
…dove nascesti e dove non farai mai più ritorno – Fallajatk
Una vampata di vapore incandescente sbuffò spazientita dai pori della infame creatura che ora si ergeva mastodontica di fronte al paladino.
Un mugghiare assordante investì Aratas, facendogli accapponare la pelle e inducendolo a un istintivo sussulto; prima però che la creatura abissale, una volta terminata la sua trasformazione, sferrasse il suo attacco il paladino terminò:
qui ti maledico e qui pongo fine al tuo dominio - Sel’mithis
Mentre il Demone della Foschia protese i suoi affilati artigli, Aratas con un movimento morbido e repentino calò Cacciatrice con definita risolutezza.
La Lama Lucente non penetrò le infami carni del Demone.
Il Paladino sentì un leggero sibilo e notò il suo braccio cadere a terra. Gli parve di vederlo fluttuare, come rallentato, come se si trattasse di un oggetto a lui estraneo.
Solo quando cercò di menare un nuovo fendente, si accorse che il suo avambraccio era stato reciso e che il resto del suo arto, che ancora impugnava saldamente Cacciatrice, si trovava alieno dinanzi a lui.
Un fiotto caldo e rutilante gli imbrattò il viso.
Il volto del Demone, triangolare e allungato come il muso di una iena deforme, emise un successivo mugghiare di trionfo.
Non era stato però Belamuur a colpirlo.
Prima di potersi rendere conto davvero di cosa era successo, sentì un pungente bruciore al ventre che gli bloccò il respiro in gola.
Abbassando lo sguardo vide una lama grigia fuoriuscirgli dallo stomaco e farsi largo attraverso l’armatura divelta come burro. Un freddo torpore metallico gli contorse le viscere.
La lama scomparve di nuovo, ritratta dalla sua schiena perforata, veloce e inaspettata come una marea improvvisa; una schiuma rossa defluì ondeggiando dalla sua pancia, lasciandogli una pacata sensazione di algido tepore.
Il silenzio calò all’improvviso.
Aratas cadde in ginocchio e il clangore dell’armatura risvegliò per un attimo il suo deliquio, giusto in tempo per roteare gli occhi e notare Raeysus con la spada sguainata e sanguinante.
Del proprio sangue.
Il padre guardò il figlio, incredulo: nei suoi occhi comparve lo sconforto e l’avvilente sconcerto che solo il tradimento più intimo e inaspettato può far scaturire.
Gli occhi del figlio ressero quello sguardo in un impeto di sfida. Le pupille viola, fiammanti, avide di quello spettacolo diedero il colpo di grazia allo spezzato orgoglio di Aratas.
Balamuur, il Demone delle Quattro Braccia, accostò il suo ghigno malefico di scherno a quello del paladino morente – siete sempre così sciocchi e prevedibili voi difensori della moralità e siete sempre così spavaldi e irriverenti. In realtà era inutile recitare tutto quel bell’arcaico poema, bastava conoscere il mio primo nome e affondare nelle mie carni quella tua eroica spada benedetta. -
Aratas socchiuse gli occhi e una lacrima gli solcò il viso. Inspiegabile come fosse molto più calda quella goccia dei copiosi gorghi di sangue che defluivano dal suo corpo martoriato. Era il caldo abbraccio della sconfitta.
- Io conosco il vero segreto che si celava dietro la morte della tua amata – la voce di Balamuur divenne bitonale, un suono grave e uno stridulo in una cacofonia disarmonica. - avresti dovuto farmi finire di parlare – lo irrise – conosco un segreto di cui nemmeno tu eri a conoscenza. Quando mi sono divertito con Laana, non mi sono limitato a squarciarle l’inguine, la ho ammorbata del mio seme. Raeysus è figlio mio, non tuo. –
Aratas serrò il pugno, si alzò in piedi lanciando un grido disumano, mosso da una rabbia frustrante. Il desiderio di vendetta che aveva provato fino ad allora non era nulla a confronto del disagio dominante che adesso albergava nel suo cuore. Della rabbia che ancora gli permetteva di muoversi… nell’estremo tentativo di completare la sua vendetta.
Si allungò per recuperare la sua spada, ma Raeysus fu più veloce.
Cacciatrice infilzò il Paladino del Sole diritto nel collo, strozzandogli l’ultimo rantolo in gola.
Il giovane dai capelli rosso fuoco sputò su quello che era stato suo padre agli occhi di tutti; nel gesto di stizza il volto si trasformò per un breve istante, facendo trasparire la sua vera natura demoniaca.
Da sempre Raeysus era consapevole della verità.
- Cosa può fare l’amore – sghignazzò sardonico il Demone delle Quattro Braccia.
…conosco i tuoi sei nomi e mai ti risponderò
La cantilena riecheggiò nel salone, facendo trasalire il Demone.
conosco il tuo segreto e mai lo svelerò - Belamuur
Cacciatrice si conficcò con forza nel petto di Belamuur, spaccandogli in due il cuore pulsante di linfa nera.
- Grazie, padre – bisbigliò Raeysus affondando ancora più a fondo la fredda Lama Lucente – ora, il mio segreto sarà al sicuro per l’eternità. -
Un’onda di luce accecante si sprigionò dal corpo deforme del Demone, il suo latrato fu straziante, più del grido muto che aveva lacerato l’anima di Aratas.
Sul metallo lucente di Cacciatrice si riflesse il bieco sorriso del giovane assassino.
Kazal’has era il suo nome Demoniaco e solo il suo vero padre, il suo creatore, lo conosceva, perché era stato lui a donarglielo alla nascita.
Per fugare ogni dubbio, aveva già eliminato l’avido mago Palomir alcuni mesi prima.
Ora, il segreto era davvero al sicuro.